di Daniele Santi

Scritto dopo avere assistito all’episodio che segue, ponendomi un sacco di domande alle quali la risposta più semplice – “E’ un imbecille” – non offrirebbe spiegazioni sufficienti.
Pochi giorni fa attorno alle 10 del mattino, attendo il mio turno in farmacia. Un uomo, gradevole e di grande educazione, presenta una cartella clinica al farmacista – giovinotto con molte convinzioni, forse troppe, e pochissima empatia, fondamentale per il mestiere che ha scelto – il quale nemmeno prova ad ascoltare le spiegazioni dell’uomo che chiede di poter avere il farmaco sulla base di quella lettera di dimissioni essendosi “appena trasferito in città” ed avendone “bisogno urgente” per il suo piano terapeutico, “purtroppo ho l’appuntamento per la residenza soltanto venerdì prossimo”, cioè di lì a pochi giorni. Il giovane uomo al banco lo investe sciorinando una serie di norme secondo le quali non dovrebbe ricevere il medicinale in mancanza di una regolare prescrizione e comunque le lettere di dimissioni hanno una scadenza e alla fine, non si può pretendere. L’uomo lo interrompe con grande fermezza: “Gentile Signore”, gli dice “innanzitutto vedo che continua a darmi del “tu” nonostante io non sia né suo padre né il suo amante e nonostante io continui a trattarla con il “lei” che le è dovuto, per insegnarle la buona educazione che le manca; posto che non metterò più piede in questo posto e augurandole che tutta la sua clientela segua il mio esempio, le faccio notare che non sono venuto qui per ricevere i consigli di un ragazzino miracolato dal destino che sa solo sciorinare regolette, ma per avere il farmaco che mi serve che lei ora mi servirà, e che io pagherò, senza ulteriori inutili discussioni”.
Il piccolo chimico impallidisce e serve il farmaco richiesto. L’uomo paga, saluta educatamente con uno “Stia bene, Signore” che spero di non ricevere mai, e se ne va. Appplauso.
Dopo avere acquistato quello che mi serve esco a mia volta, ma siccome sono curioso per natura e per mestiere, decido di fare una piccola prova. Rientrato in ufficio mi metto al telefono simulando di essere un paziente bisognoso di una prescrizione medica per un farmaco di cui non posso fare a meno, ma di essere recentemente domiciliato in città e di avere appuntamento per la residenza tra una settimana. Passo un totale di 4h45′ al telefono, tra attese e linee che cadono, mi rispondono in tutto cinque persone, tutte diverse, che mi danno informazioni totalmente contrastanti l’una con l’altra.
L’ultima telefonata, effettuata attorno alle 21.00 a quella che viene pomposamente chiamata (sono i restyling delle destre progressiste) continuità assistenziale, viene risposta da una giovane donna la cui arroganza è pari soltanto alla scarsa preparazione o forse alla disperazione dettata dal volere essere Venere rimanendo soltanto Circe, la quale – trattandomi alla stregua di un deficiente totale – mi sottopone a una specie di interrogatorio durante il quale dice tutto e il suo contrario, ignora le mie domande e le informazioni che le forniscono, per arrivare a gridarmi nelle orecchie prima che io le dica fermissimamente di stare calma e tranquillizzarsi perché – cito l’uomo di cui sopra – noi non siamo né famigliari né parenti e per fortuna non lo saremo. La fanciulla in fiore si calma, poi si scusa non prima di avermi informato che tutte le informazioni che mi sono state fornite sono sbagliate e per questo non ci siamo capiti. In tutto questo dimentica di dirmi come posso avere questa prescrizione cartacea che tanto mi serve. Glielo chiedo per l’ennesima volta e finalmente, in un afflato di umanità estrema, la giovine Circe dispensa le sue preziose informazioni e ci lasciamo tra tarallucci e vino (la telefonata è durata 75 minuti, come se io non avessi nient’altro da fare).
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Dopo altri venti minuti, sorpresa!, ricevo una telefonata da un numero differente, ma che riconosco come legato alla chiamata precedente, dal quale un’operatrice che si presenta come medico mi chiede se ho bisogno di una ricetta informandomi che il premio Nobel con cui ho parlato poco prima non era stata messa al corrente del cambio di ufficio legato alle prescrizioni cartacee e in orario notturno, per mancanza di comunicazione interna (un paese meraviglioso); qualora avessi ancora bisogno del farmaco, prosegue, potrei ritirare la ricetta entro la mezzanotte o il giorno successivo dalle 8 del mattino.
Rispondo che passerò, ringrazio, non dò altre informazioni, e riaggancio.
Ho romanzato leggermente la storia, vera dalla prima all’ultima parola, per renderla fruibile mondandola di tutti gli insulti che mi venivano alla mente di fronte a una simile mancanza di educazione, preparazione, rispetto, intelligenza, umanità, dentro una struttura che per ragioni ovvie dovrebbe vivere di educazione, preparazione, rispetto, intelligenza, umanità. Che l’atteggiamento venga da neolaureati che operano dentro una professione che hanno scelto il cui stipendio viene anche dalle tasse dei pazienti che trattano come deficienti, è inquietante, oltre che intollerabile.
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(13 giugno 2026)
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