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A proposito, Sig. Ministro Salvini, di Don Ciotti: quel “signore con la tonaca” al quale ha consigliato di espatriare

di Flavia Famà

Caro Ministro,

chi le scrive è una donna siciliana che da vent’anni si è trasferita nel “continente.” Mio padre fu ucciso a Catania il 9 novembre 1995 per essersi opposto a una richiesta di un favore processuale di un boss. Era un Avvocato che si batteva per quello che poi sarà conosciuto come il giusto processo. Le confesso ministro che quando ho lasciato la Sicilia credevo che mi sarei lasciata tutto alle spalle e che la mafia era rimasta oltre lo stretto.

Dieci anni dopo Libera mi ha trovata, ha condiviso la mia storia e mi ha aiutato ad aprire gli occhi per vedere quanto le mafie siano radicate ben oltre il sud. Don Luigi Ciotti, quel “signore con la tonaca” che lei ritiene ignorante e al quale ha consigliato di espatriare, mi ha presa per mano e mi ha insegnato a trasformare il mio dolore personale in impegno per il cambiamento della società. È una persona di grande cultura e onestà intellettuale.

Ha iniziato il suo percorso di prete prendendosi cura degli ultimi, occupandosi dei tossicodipendenti, aiutandoli a uscire dal tunnel della droga. Di lì a poco si è reso conto che quei ragazzi erano solamente l’ultimo anello di una catena, erano le vittime di un meccanismo manovrato dai grandi trafficanti di droga (e di esseri umani).  Al contempo, al primo anniversario della strage di Capaci ha incontrato una donna che gli ha chiesto perché non venisse mai ricordato il nome di suo figlio. Quella donna era la mamma di Antonio Montinaro che morì insieme a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Così, l’anno dopo, nel 1995, insieme a un’altra donna straordinaria, Saveria Antiochia, la mamma di Roberto, un giovane poliziotto romano che era stato ammazzato a Palermo il 6 agosto 1985 a colpi di Kalashnikov, Luigi ha dato vita a Libera, una rete di associazioni e di persone che oggi è presente in mezzo mondo, dall’Africa all’America Latina. In quei Paesi non abbiamo l’arroganza di esportare un modello ma sosteniamo le realtà locali che combattono contro le mafie, le diseguaglianze sociali, la povertà e le dittature. Come dire, li aiutiamo «a casa loro.»

Mi sono permessa di raccontare chi è l’uomo al quale lei ha suggerito di espatriare, perché sono certa che non ne conosceva la storia, come del resto sicuramente non conosceva gli altri nomi che ho citato, altrimenti non lo avrebbe apostrofato con i termini che gli ha rivolto. Don Luigi si batte in modo appassionato per graffiare le coscienze di tutti noi ma soprattutto di chi, come lei, ha l’autorità, il potere (e il dovere) di vigilare sulle grandi opere e sugli investimenti nel nostro Paese.

La storia ci ha mostrato come troppo spesso le mafie si sono spartite i territori e hanno guadagnato ingenti somme entrando nei circuiti economici, anche legali, attraverso il riciclaggio e il controllo dei cantieri. Il ponte sullo stretto, come tutte le opere che vengono fatte nel nostro Paese, da nord a sud, sono a rischio infiltrazione mafiosa e su questo credo che nessuno possa obiettare. Ecco perché è importante vigilare.

Il nostro Paese sta vivendo una desertificazione. Molti giovani vanno via, come si diceva una volta, partono “in cerca di fortuna”. Vanno all’estero i ricercatori, perché qui la ricerca non viene retribuita abbastanza. Vanno via i giovani che vogliono una famiglia, perché al sud le scuole a tempo pieno sono un miraggio. Ecco perché è importante investire sui territori e sui giovani e creare modelli sani e trasparenti.

De-finanziare i fondi del PNRR per i progetti degli enti locali sui beni confiscati significa depotenziare quei progetti che erano pronti a partire. Come figlia di una vittima innocente della mafia le garantisco che vedere che un bene confiscato alla criminalità viene restituito alla comunità è una grande vittoria e non solo dal punto di vista pratico ma anche dal punto di vista simbolico.

Uno dei nostri padri costituenti, Pietro Calamandrei, in un discorso che tenne a Milano il 25 gennaio 1955 si espresse con queste parole: «La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai (…) Sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica.»

Ecco cosa fa don Luigi Ciotti, cosa fa Libera e cosa cerco di fare io: vogliamo semplicemente dare il nostro contributo, in modo trasversale mi creda, affinché quella libertà che molti di noi hanno pagato a caro prezzo e sulla propria pelle, sia reale e concreta.

 

(28 luglio 2023)

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