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Egemonici o egemonizzati? Diritti da rispettare e costi da sopportare per difenderli

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di Vanni Sgaravatti

I cittadini USA vivono in un paese con una buona dose di razzismo, un livello di disuguaglianza molto alto, una sanità privata e non pubblica universale ed un livello di solidarietà molto più basso di quello europeo, almeno nelle grandi città. Inoltre, gran parte delle loro tasse vengono spese nel mantenimento di una forza militare e di deterrenza che contrasti modelli sociopolitici e culturali differenti, come quelli autarchici, oligarchici, russi e cinesi, e che contribuisca alla lotta per le posizioni egemoniche per lo sfruttamento delle risorse.

Ci sono impegni che rispondono ad interessi diretti degli Stati Uniti, quelli che assicurano la libertà di mercato e i valori di democrazia, che per molti sono associati e poi ci sono impegni che derivano dalle alleanze con paesi del proprio raggruppamento politico, culturale, sociale, economico. Ad esempio l’Europa. Questi paesi giustamente cercano di difendere la propria autonomia. E tra Europa e Stati Uniti abbiamo avuto conflitti su dazi, gestione della sicurezza nei luoghi di lavoro, gestione fiscale delle multinazionali, criteri ambientali in agricoltura e rispetto della privacy. Conflitti che gli americani spesso non hanno vinto.

Gli americani hanno sempre avuto i vantaggi geopolitici più importanti, compensato dai maggiori impegni nel contrasto al terrorismo islamista, alla stabilità in Medioriente e al mantenimento dello sfruttamento delle risorse nei paesi in via di sviluppo di cui beneficiano in pieno anche gli europei. La narrazione semplificata che giustifica l’impegno degli USA nei conflitti con Russia e Cina, oltre alla difesa dei propri interessi di sicurezza nazionale, è quella di difendere libertà e democrazia. Il paradosso è che un cittadino medio americano subisce gli effetti negativi della visione neoliberista ed egemonica americana che un cittadino medio italiano denuncia e condanna, godendo, però, di un livello di benessere e soprattutto di welfare derivanti da una visione politica in parte differente, che, d’altra parte, si può permettere proprio partecipando al fiero pasto delle risorse contese dalle grandi potenze.

Mi sembra assolutamente normale immaginare che personaggi come Trump possano dire: “Prima gli Americani, Che gli altri si guadagnino la propria autonomia e il rispetto dei propri differenti valori”. Il piano Marshall è finito da molto tempo. “Semmai possiamo negoziare con i Russi la spartizione di quella parte del mondo, mentre con la Cina, dove si giocano interessi americani diretti ci impegniamo a concorrere”. Biden e i progressisti, come è noto, considerano invece la difesa della democrazia e del modello occidentale europeo, come un interesse americano indiretto, anche se, in alcuni casi, di lungo periodo.

Gli Italiani “yankee go home” di sinistra, sono in realtà molto più vicini alla destra americana che ai progressisti, non capendo (a parte quelli intellettuali che ne sanno più di me e che nono cadono dei paradossi tutti italiani), che la neutralità e il non allineamento tipico del modello svizzero non è praticabile e che per essere un quarto polo, né americano, né cinese, né russo, occorre avere la forza autonoma di imporre la propria quota di egemonia, pagando molte tasse per mantenere questa forza. Se non disponiamo di queste risorse, la scelta non è tra subire o meno l’egemonia americana, ma tra quale egemonia subiamo o diciamo di condividere. Nulla toglie che gli intellettuali progressisti debbano continuare a denunciare con forza le terribili conseguenze del modello neoliberista e il potere delle multinazionali. È cosa buona e giusta, soprattutto se pensano che lo sia anche per quegli americani che non la pensano nello stesso modo.

Penso però che non ci sono pasti gratis e che se si è convinti che le egemonie neoliberiste, così come quelle autocratiche, oligarchiche distruggono il mondo, il costo da pagare per liberarcene non sia di poco conto. Come è possibile che simili sciagure planetarie possano essere contenute, per i progressisti di casa nostra, rinunciando, che ne so, ad un po’ di vacanze o con bollette un po’ più salate? È possibile solo se qualcun altro, anzi molti altri, pagano un costo molto più salato, all’interno del nostro paese e soprattutto all’esterno.  Facciamo un breve salto indietro, o meglio di lato, rispetto a questa considerazione.

Leggendo la storia di Franca Viola, la ragazza rapita nel 1965, il cui padre, in nome del bene della figlia, rifiutò il matrimonio riparatore, subendo per amore suo, tutto il disprezzo del paese e diventando l’occasione per abbattere le arcaiche norme sul matrimonio riparatore, mi è venuta una ardita associazione, quasi istintiva. La propongo per quello che vale.

Quanti femminicidi in meno si avveravano a quel tempo, quando il matrimonio riparatore era un ottimo incentivo per evitare che l’ex fidanzato sparasse al suo oggetto d’amore? Non fu e non è certo un buon motivo per non proseguire nel processo di liberazione e di salvaguardia dei diritti umani, in questo caso delle donne. Tant’è vero che oggi appare come un costo che tutti ritengono assolutamente giusto e nobile pagare, anche se i costi non sono uniformemente distribuiti. E allora, tornando al livello di ragionamento generale, più geopolitico, mi chiedo, con un salto nel confronto piuttosto grande, quando il costo diventa eccessivo per proseguire nella difesa dei diritti umani? Migliaia di morti per la liberazione delle donne iraniane, non sapendo di ottenere successo? Forse è un costo insopportabile. Aumentare il rischio di un conflitto e subire danni economici, pur di permettere a qualcun altro (Ucraini) di pagare con la vita per difendere i propri diritti e di farlo anche per quelli che temono di subire la stessa sorte (Lettoni, Lituani, Estoni, Moldavi, Polacchi e non solo)? Sembra più plausibile.

Qual è il senso di associare situazioni di livello così diverso? Sostenere, comunque, che, al di là di quello che raccontiamo a noi stessi, la difesa dei diritti umani implica condividere quali sono i diritti che si considerano invalicabili e quali costi le persone sono disposte ad accollarsi per ottenerli. E che questa è una questione soggettiva, che prende forma da un’aggregazione di soggettività più o meno influenzate, ma non è una legge morale assoluta.

Per questo, i momenti di grande instabilità e conflitto sono quelli che non si prestano a confronti dialettici, falsamente razionali, ma sono quelli in cui l’appartenenza al sistema morale che giustifica la propria posizione la fa da padrone.

Nelle trincee della Prima guerra mondiale i soldati francesi potevano discutere sull’opportunità e la giustizia di continuare a combattere, ma non lo facevano con i soldati tedeschi. Se per arrivare a negoziare la pace, con ruoli operativi da negoziatori, confrontarsi è necessario, ho qualche dubbio che lo sia quando persone di diverso schieramento, ti propongono di ragionare e discutere insieme. Ho, in questo caso, la profonda sensazione che lo scopo non sia quello di conoscere le ragioni dell’altro, come farebbe un negoziatore con l’obiettivo concreto di arrivare ad un accordo, ma lo sia per fare propaganda verso la propria posizione. Propaganda del tipo: “Fai il salto di trincea; da questa parte scoprirai un mondo di giustificazioni morali coerenti. Sei tu che ti fai legare dalle sirene (americane?) e non vuoi ascoltare il parere altrui, sei tu quello indottrinato”.

Aggiungerei: “Good Morning Vietnam”.

 

(26 dicembre 2022)

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