Siamo al “populismo dell’abbiente”

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di Daniele Santi

Il “no” opimo di sdegno ingiustificato di Carlo Calenda al PD dopo il bacio di Giuda immortalato da fotografi di tutta Italia, apre un nuovo capitolo della travagliata e sempre più abortita politica italiana: è il populimo dell’abbiente. Abbiamo scoperto, grazie a Calenda, che nel progetto politico che lui ha redatto – parole di Emma BoninoLa7 attorno alle 21 del 7 agosto – “non c’è bellezza, non c’è passione”. Insomma lo ha redatto male…

Viene in mente un’intervista di qualche settimana fa dello stesso Calenda a una delle tante reti pro-Meloni che popolano l’etere (tutte), nella quale lui parlava con una certa malcelata spocchia della flat-tax, parlando di sé come un “abbiente” che le tasse poteva anche pagarle.

Forse sta lì la nascita della nuova corrente destrista del “populismo dell’abbiente”? E proprio lui ci viene a dire che “Renzi non può continuare con la politica contro tutti”? Tira una pessima aria. Potevano consegnare le chiavi di Palazzo Chigi a Meloni direttamente, invece di romperci i coglioni con elezioni estive raffazzonate, con una legge elettorale impresentabile, incomprensibile, irripetibile (speriamo) e atteggiamenti da asilo infantile?

Siamo di nuovo, dopo il M5S, alla solfa del Terzo Polo in un sistema incagliato che si considera ancora bipolare (ed è sempre più vicino al senso clinico del termine) e alla campagna elettorale dei perdenti (tutti quelli che perderanno) perché si decide prima chi deve vincere. Con l’atteggiamento, non con i sotterfugi.

 

(8 agosto 2022)

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