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Le imprese immigrate crescono senza sosta smentendo stereotipi e pregiudizi

Si tratta di imprese che contribuiscono a rendere più innovativo e ā€œinternazionaleā€ l’intero sistema di impresa italiano. Sostengono l’occupazione e la mobilitĆ  delle persone di origine straniera. Crescono ininterrottamente, anche in contesti economici sfavorevoli. Sono i protagonisti del Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, presentato questa mattina a Roma presso la sala ā€œEsperienza Europa-David Sassoliā€ e realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con la CNA (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa).

La ricerca – basata sui dati del Registro delle Imprese e realizzata fin dal 2014 – non ĆØ solo un aggiornamento statistico sul fenomeno, ma anche un prezioso osservatorio sulle tendenze nei comportamenti occupazionali della popolazione di origine straniera in Italia. Tendenze che smentiscono anche diversi stereotipi. Oltre alle caratteristiche citate all’inizio, infatti, l’imprenditoria immigrata risulta sempre meno effimera, sempre più strutturata e sempre meno legata ai settori tradizionali e alle cd. specializzazioni ā€œetnicheā€.

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Il Rapporto parla di ā€œdinamismo anticiclico dell’imprenditorialitĆ  immigrataā€. Tra il 2011 e il 2024, mentre le imprese autoctone diminuivano del 7,9%, quelle condotte da stranieri sono aumentate del 46,9%, passando da 454.029 a 666.767 unitĆ , nonostante gli strascichi della crisi del 2008, la pandemia, i conflitti e le relative tensioni energetiche. CosƬ, alla fine del 2024 esse rappresentano un nono (11,3%) di tutte le attivitĆ  indipendenti del Paese (vs il 7,4% del 2011). E la ricerca avverte che ci sono ampi spazi di ulteriore crescita in futuro. Uno di questi ĆØ la ancora relativamente bassa incidenza dei lavoratori indipendenti sul totale degli occupati immigrati: solo il 12,9% contro il 20,9% tra i nati in Italia (un’incidenza, questa, tra le più alte in Europa). Altro segnale del citato ā€œdinamismoā€ ĆØ la capacitĆ  di generare occupazione, a sua volta ā€œpassibile di ampie possibilitĆ  di miglioramento. In Italia il 27,0% degli autonomi immigrati impiega personale dipendente, un dato vicino alla media europea (28,6%), ma distante da quello registrato tra i nativi (33,9%)ā€.

Il primo degli stereotipi messi in crisi dal Rapporto riguarda proprio il personale delle imprese immigrate. ƈ vero che le ditte individuali rappresentano ancora la maggioranza delle imprese condotte da persone nate all’estero (72,4%); tuttavia, soprattutto nell’ultimo quadriennio, si ĆØ verificata una ā€œincisiva transizione verso forme societarie più strutturate. Le societĆ  di capitale, giĆ  segnate dai ritmi di aumento più sostenuti nel lungo termine (+223,2% tra il 2011 e il 2024), nella fase post-pandemica si sono affermate come il principale motore dell’espansione imprenditoriale dei migrantiā€. Alla fine del 2024 coprono più di un quinto dell’intero tessuto di impresa immigrato (21,1%), a fronte del 9,6% del 2011.Ā Un secondo stereotipo riguarda la durata. ƈ vero che resta alto il turn over, e soprattutto l’incidenza sulle nuove imprese aperte nel corso dell’anno (il 25,6% nel 2024). Oggi, però, più di un terzo delle imprese immigrate (37,0%) ha alle spalle oltre 10 anni di attivitĆ , un dato che attesta la crescita di esperienze imprenditoriali consolidate e integrate nel mercato territoriale. Le imprese sono così integrate, ed ĆØ il terzo stereotipo incrinato dalle analisi del Rapporto, da essere sempre più presenti nelle catene di fornitura locali: tra il 2019 e il 2022, il 18% delle 136mila aziende manifatturiere italiane prese in esame da un database di Intesa Sanpaolo ha acquistato beni e/o servizi da imprese immigrate (per un valore di oltre 3 miliardi). Una percentuale, dice il Rapporto, che ā€œevidenzia uno scambio ancora relativamente contenuto, ma dalla valenza strutturaleā€. Prevale l’acquisto di manufatti (55%) e, quanto ai servizi, ĆØ da notare che i fornitori immigrati offrono meno servizi ā€œdi baseā€ e più servizi avanzati rispetto agli autoctoni. Il 12%, inoltre, ĆØ identificabile come ā€œstrategicoā€.

Un quarto stereotipo riguarda infine la ā€œlenta ma graduale attenuazione della tendenza di ciascun gruppo a concentrarsi in determinati ambiti di attivitĆ  (specializzazioni etniche). Pur restando evidente la canalizzazione nel commercio di marocchini (62,5%), bangladesi (62,6%) e pakistani (46,8%), la concentrazione nell’edilizia di albanesi (66,0%) e romeni (55,4%) e la predilezione dei cinesi per il commercio (34,0%), la manifattura (31,6%) e il comparto ristorativo-alberghiero (15,1%), nel tempo – e in modo accentuato negli ultimi anni – si distingue un graduale indebolimento di tali primati, specchio sia dell’andamento del mercato sia dell’emergere di nuovi comportamenti e nuovi soggetti imprenditoriali, tra cui spiccano le donneā€. E se l’edilizia e il commercio restano i settori trainanti dell’imprenditoria immigrata, dopo la pandemia si sta facendo strada un numero crescente di imprese impegnate nei servizi specialistici (immobiliari +32,6%, finanziari e assicurativi +25,4% dalla fine del 2020), in attivitĆ  ā€œscientifiche e tecnicheā€ (+18,8%) e nei cd. altri servizi (+26,0%). Una tendenza affiancata dalla inattesa flessione proprio del commercio (-6,6%) e dalla giĆ  consolidata ascesa di alberghi e ristoranti (+93,6% dal 2011).

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Il Rapporto contiene molti altri elementi di interesse, illustrando – con decine di grafici e tabelle – il fenomeno in tutte le sue dimensioni: dalla distribuzione territoriale alle nazionalitĆ , dall’etĆ  al genere (a questo proposito va segnalata la forte crescita del protagonismo delle donne immigrate, trattata qui). Una parte consistente ĆØ infine dedicata all’analisi della situazione in tutte le regioni italiane con capitoli dedicati.

ā€œL’imprenditoria immigrata non ĆØ solo parte integrante del tessuto produttivo italiano – affermano IDOS e CNA, – ma un vettore che ne sostiene significativamente la crescita, anche grazie al sempre più spiccato protagonismo delle donne. Una realtĆ  tutt’altro che marginale o congiunturale, capace di resistere ai mutamenti di contesto e di contribuire in modo strategico allo sviluppo economico del Sistema Paese e ai processi di inclusione delle persone di origine migrante. ƈ fondamentale valorizzare questo dinamismo attraverso politiche mirate che sostengano la crescita professionale, il consolidamento strutturale e l’accesso agli incentiviā€.

 

 

(24 marzo 2026)

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