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Vivere e rischiare di morire per la propria terra

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di Vanni Sgaravatti

Sapere tutto dell’altro, attraverso l’illusione di un controllo, impedisce l’esercizio della fiducia. La fiducia implica un’incognita sul comportamento altrui, un rischio di tradimento. Senza il rischio di tradimento, l’atto di concedere fiducia, perde rilevanza. Così come senza un rischio di morte non si dà valore alla vita.

Il godimento consumistico ed un’identificazione di noi stessi in un prodotto di consumo, che alimenta ed è alimentato dalla ben nota accumulazione di beni trova una spinta profonda e inconscia, nella necessità di sfuggire all’angoscia di morte, identificando noi stessi in una merce, da produrre secondo una logica di una crescita continua, fine a sé stessa. Illimitata e quindi immortale. Questa comporta però sfuggire all’angoscia di morte, rimuovendo il nostro essere mortali, negando il nostro essere vitale e attraverso il freudiano impulso di morte. perseguendo l’immagine di noi stessi attraverso merci e processi artificiali.

Nella fase della stabilizzazione di un sistema, come quello, ad esempio, capitalistico l’arma del controllo non è quella violenta e impositiva, ma quella seduttiva, attrattiva, che trasforma le persone in tanti imprenditori di sé stessi, che si autosfruttano. Se vuoi ritrovare la tua autonomia, la tua profonda libertà e la tua dignità, devi ritrovare la vita, risolvere l’angoscia di morte, elaborando in modo differente il citato impulso di morte, non negando la morte stessa, ma accettando il rischio di morte, come elemento rivitalizzante.

Ma, perché si dovrebbe sfuggire alla seduzione del piacevole possesso, del dolce e pigro scivolare nelle comode procedure del nostro sistema? Per non correre il rischio di essere “artificiali? Ma in fondo la nostra identità individuale e collettiva si rafforza attraverso narrazioni. Perché non raccontarci di essere vivi e vitali, anche se parti integranti e integrate di un mondo artificiale?

Potremmo chiederci perché, soffrire ed impegnarsi in una rivoluzione, così come Ulisse poteva chiedersi perché doveva sfuggire alle arti ammalianti della maga circe o di Nausicaa? Doveva farlo, per tornare a casa? Sì, ma nel significato di tornare in Oikos, di tornare nella sua terra. Le tragedie umane in corso, in primis la guerra alle porte di casa e che potenzialmente ci minaccia direttamente, ci danno un’occasione proprio per riflettere sulle motivazioni di lotte così dure, così mortali.

Ho sentito un amico dire, parlando della guerra, dei Russi e delle lotte per imporre un’egemonia, da una parte o da un’altra: “Ma va bene, pazienza, chi se ne frega. Al limite si prendano e si tengano la mia terra”. Non intendeva la casa dove abita, ma il territorio sovrano a cui questa appartiene. Casa e terra, come fossero due soggetti diversi. Ma se sono due soggetti diversi, se la casa minacciata non è il luogo di appartenenza e di identità culturale, che cos’è? Forse diventa il luogo, dove poter vivere in pace, nel nostro rifugio, la nostra tranquillità, il nostro scivolare nelle procedure che pensavamo il sistema ci assicurasse, dalla culla alla tomba.

Probabilmente questo amico immaginava la minaccia della guerra come quella rappresentata in un proprio personale film, con un potere, percepito distante dalla quotidianità della vita nella sua casa, che invece di essere presieduto da sconosciuti che parlano italiano, lo è da sconosciuti che, magari, parlino in russo. In quel suo film,e lui nella sua “casa” avrebbe letto avrebbe continuato a godere dei piaceri quotidiani, magari parlando di altro con i suoi amici di sempre.

La casa, in questo caso, non è allora la terra sovrana, ma un luogo dove soddisfare i propri istinti, in cui però le relazioni amicali diventano modalità per recitare sceneggiature scritte da noi. Con partner, attori presi a prestito per soddisfare i propri impulsi, che ci illudano, attraverso finzioni di scena, che non si è soli, ma si dialoga. Quando, in realtà, si parla con la propria immagine proiettata in tanti specchi. E, quindi, nel momento in cui il nostro mondo di consumismo pigro viene minacciato da realtà distanti, come quelle in guerra e in lotta per la sopravvivenza, scopriamo, riflettendo sulle nostre sensazioni, che anche quelli di noi che lo criticano sono in fond attaccati al pensiero consolatorio di una casa (non terra o destino), anestetizzante rispetto al rischio di morte e che per questo elimina le differenze tra me ed il mio avatar. E così siamo tutti soggetti virtuali, che già vivono nel metaverso, in cui, io o un altro è lo stesso, io o un robot è lo stesso.

Ma la minaccia con il volto del modello russo, opposto a quello occidentale, propagandato con forza grazie alla guerra, è l’altra faccia del capitalismo che conosciamo noi: è un altro tipo di capitalismo. Sempre accumulazione forzata, visto che la rivincita era già cominciata al tempo di Andropov dove ci si attrezzava per cambiare sistema, perché quello sovietico non permetteva più di accumulare risorse per contrastare l’altro, senza il quale, il noi fatica a riconoscersi.

In entrambi i sistemi domina l’impulso di morte e la lotta contro la morte. In quello non occidentale, la negazione della morte avveniva eliminando la percezione del rischio di fallimento: se non avevi lavoro te lo davano, se non avevi la casa te la davano, fino ad eliminare la coscienza di un destino scelto sulla base di un libero arbitrio. La morte era sconfitta, vinta apparentemente dalle magnifiche sorti progressive, quando in realtà era sconfitta la vita: tutti zombi che nascono, hanno un lavoro, muoiono, dove solo pochi hanno il privilegio di proteggere la casa degli zombi.

Da una parte gli zombi conformi alle regole di sistema, dall’altra gli avatar digitali, immortali, perché senza corpo. Ci sono modelli diversi o modelli egemonici, che si contrastano e quando il gioco si fa duro, non esiste altra possibilità: devi scegliere, se non scegli sei già morto.

Ma anche nel momento del conflitto tra due capitalismi, la scelta è vita. Immaginarsi che non scegliere sia un modo per starne fuori, per essere arbitri, per essere in pace, nasconde una pericolosa autonarrazione ingannatrice. Non scegliere quale dei modelli in conflitto ci appartiene di più, quale sentiamo più nostro, con la speranza di cambiarlo o di migliorarlo: abbattendo il dittatore (russo), rischiando il dolore del corpo sotto tortura o evadendo dalla casa di vetro fornita dal capitalismo occidentale, o accettando l’emarginazione totale per stare fuori dalla sorveglianza totale (cinese), significa, in realtà, operare una pericolosa scelta: quella di non concepire la possibilità di rischiare la vita per la tua scelta, qualunque essa, quando accettarlo è già un primo passo, magari proprio per abbattere quella casa di vetro, nel caso del modello occidentale.

Per il mio amico sembra esserci un solo modo (assolutamente apparente e quindi illusorio), per vivere in un mondo senza egemonie, quando le ragioni concrete e geopolitiche rendono, a mio avviso, impossibile immaginarlo: ed è quello dell’indifferenza verso la terra, intesa come Oikos, come proprio destino, come un’Itaca, non tanto un’isola con coste e monti, ma come un insieme di relazioni a cui si è dato vita per esplorare un significato oltre la morte.

Per vivere la vita e non sfuggire alla morte attraverso la sua negazione e rimozione, bisogna avvertire le ragioni per rischiare la perdita della vita, le ragioni per dare fiducia, rischiando il tradimento. Nel mio specifico, posso dire, come esempio, che la mia esperienza e la mia terra è quella di combattere per migliorare questa forma di capitalismo, quella occidentale, l’altra è una terra oscura, non la conosco, mi è ignota. Non significa che un modello è ontologicamente il buono, in assoluto: ma questa è la mia terra, quella in cui voglio, perché questo è il modo che vorrei vivere per migliorare la mia terra. Rischiare di morire per poter lottare per Malcomx (contro la discriminazione, la disuguaglianza e l’indifferenza) e rischiare di morire in questa lotta. E ritorniamo all’inizio: senza vivere il rischio, si rischia di non vivere.

In questo trovare ragioni per affrontare un conflitto, mi rendo conto che la cooperazione, l’alleanza, la fiducia possono permettermi non solo di difendere la mia terra, ma di costruirne una per tutti e, per questo, posso anche “porre l’altra guancia”, ma non posso spingere l’altro a farlo, così come non posso spingere un altro a rischiare la propria vita, mentre io sono dentro la mia casa di vetro a guardarlo combattere, attraverso uno schermo. Questo significa, per me, tanto per fare un esempio di attualità, credere che sia importante confortare e supportare in molti modi, chi combatte per la propria terra, senza, naturalmente, obbligare nessuno a combattere per la mia. Personalmente per la narrazione a cui credo, al momento la guerra, pur soddisfacendo diversi tipi di interessi, non è imposta a nessuno.

A parte, forse, a quella parte di Russi mobilitati a forza.

 

(2 febbraio 2023)

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