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Le migrazioni come soluzione etica ai problemi ambientali

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di Vanni Sgaravatti

La migrazione è sempre stata l’arma vincente per l’homo sapiens, insieme alla capacità di manipolare l’ambiente in cui emigrava. La capacità manipolatoria umana senza un’etica condivisa ha fatto esplodere le capacità dell’ambiente di assorbire lo sviluppo di una specie pervasiva come la nostra. Un’etica condivisa che, fino alla modernità, era esclusivamente identificata con la religione e la sua visione di prospettiva verso la salvezza, in un mondo, le cui profondità erano considerate inconoscibili alla razionalità dell’uomo.

La sempre maggiore capacità manipolativa attraverso la tecnica e la crisi della credenza verso verità trascendenti religiose, ha reso fragile la nostra specie che sempre meno presuppone l’universalità di quell’insieme di forze e principi morali, che sarebbero alla base della cooperazione tra umani e, quindi, della nostra sopravvivenza. Lo sviluppo socioculturale ha portato negli ultimi secoli ad una organizzazione di governo sociale e, quindi, politico basato sulle nazioni che dispongono di un potere statuale che si alimenta dalla identificazione dei governati con i confini territoriali che sono percepiti, fin dalla nostra nascita, come “casa propria”. Il miglioramento delle capacità di sviluppo di ogni comunità nazionale è stato alimentato dalla complessità e dalla differenziazione di culture interne, fino a quando l’esplosione di tale complessità e la velocità degli stessi fenomeni di mescolamento culturale, indotto dalla globalizzazione, hanno fatto nascere preoccupazioni e paure inconsce, che tali differenze culturali fossero una minaccia a quella identità e quindi alla propria comunità.

Naturalmente ci sono differenze culturali che risultano più critiche di altre, ma la soluzione immaginifica di impedire migrazioni e mescolamenti porta nel lungo periodo ad un rischio altrettanto forte di perdita di valore della propria comunità.

Sono, quindi, due antinomie che minacciano la governance socio ambientale e lo sviluppo umano: il rapporto tra lungo e breve periodo e il rapporto tra bisogni individuali e di comunità. La minaccia ambientale spinge a trovare un equilibrio a favore del lungo periodo e a quello di comunità, intesa in senso globale, dal momento che il problema ambientale e climatico richiede un investimento, cioè un costo socioeconomico inziale per un beneficio successivo ed interessa l’intero pianeta, cioè quello che intendiamo per globale. Il negazionismo prende, quindi, spunto dalla percepita impossibilità e forte contrarietà ad adottare un punto di vista globale e di lungo periodo, in considerazione dei costi di breve e individuali che questa visione comporta. Costi che si accompagnano alle angosce, ad esempio, della perdita di quell’unità e identità vissuta nel nostro passato, anche se, spesso, ricostruita dalla memoria in una narrazione tesa a trovare rifugio onirico alle incertezze del futuro. Sono paure alimentate anche dalla crisi della scienza che molti avevano inteso e auspicato, negli anni della fiducia verso le progressive sorti dell’umanità, come una fonte di certezze. Una crisi, ovviamente percepita da chi non la pratica o non se ne interessa davvero, che ha prodotto un senso di fallimento e di delusione.

Una negazione meno forte della totale rimozione del problema sta nell’immaginare che il disastro sia frutto di un ciclo naturale e avvenga in un lontano futuro e che la tecnologia possa alla fine risolvere i problemi. E qui il negazionismo sfuma nel complottismo: se non si trovano soluzioni ai problemi è per la mancanza di volontà o del profitto. Certamente la massimizzazione del profitto non è una categoria complottista, se non si traduce nell’immaginare un processo decisionale, in cui una decina potenti si ritrovano come lupi pronti a suddividersi, in armonia, le ignare e innocenti pecore.

Tra le strategie dello “struzzo con la testa sotto la sabbia” ci sta anche la convinzione che gli allarmi ambientali, soprattutto se catastrofici, riguardino un futuro lontano. Difficile convincere chi ne è convinto che questa è una distorsione percettiva ad uso dello struzzo e di chi pensa: “il cielo sicuramente prima o poi ci cade sulla testa, ma non domani”, anche se alcune informazioni che cito di seguito sembrerebbero difficili da contestare.

Attualmente 1000 bambini al giorno muoiono per mancanza di acqua soprattutto nel sahel, mentre il 20% della popolazione mondiale consuma l’80% di acqua e nel 2050, quando i nostri figli saranno ancora in piena attività, dovremmo produrre l’80% in più di cibo di oggi e, con 4 gradi di temperatura in più rispetto al preindustriale, il carico alimentare che la terra potrà sopportare passerà da 9 miliardi a 1 miliardo di persone.

Attualmente, la mancanza di acqua per l’irrigazione dell’India viene colmata pompando dalle falde sotterranee, che si stanno esaurendo, che avrà come conseguenza la mancanza di piogge in Africa orientale, con conseguente aggravamento per le condizioni di vita, in aree dove già adesso i contadini si suicidano e nei campi si lavora la notte, perché il giorno è troppo caldo, per farlo. Situazione che tenderà a peggiorare, tenendo conto che il 70% dell’acqua invece di essere impiegato in agricoltura, verrà portato nelle città per dissetare le persone, con conseguente aumento di morti di fame. Con un aumento di 1,2 gradi abbiamo già avuto 21 milioni di migranti climatici e ci sono stati 210 miliardi di danni per eventi metereologici estremi, più di quelli provocati da tutte le guerre. Con 1,5 gradi, tre miliardi di persone dovranno emigrare perché vivono in posti che saranno inabitabili. Metà della popolazione soffre di scarsità di acqua per 1 mese anno, nel 2025 quasi 600 milioni di persone non avranno accesso all’acqua. Nel 2021 un’ondata di calore ha bruciato un milione di creature marine nel loro guscio, mentre lo scioglimento dei ghiacciai porta ad un aumento momentaneo e poi alla secca degli stessi e attualmente, già più della metà dei fiumi glaciali sono in queste condizioni. In Groenlandia già adesso e non fra 20 anni, si sta cominciando a coltivare le patate con grande successo, mentre nel sud est dell’Inghilterra c’è un clima mediterraneo e possono crescere gli agrumi. Vantaggi che non compensano gli eventi estremi registrati nei paesi del nord, con danni per 3640 miliardi di dollari di perdite economiche. Insomma, dei 400 scenari che hanno studiato per verificare il futuro del nostro pianeta soltanto 50 potrebbero non superare la soglia di 1,5 gradi in più e solo 20 sono un po’ fattibili, se ci decidessimo ad avere una condivisione e una cooperazione degli interventi a livello mondiale, condizione quasi utopistica. Ma su queste previsioni si innescano polemiche tra i pessimisti, quelli che pensano sia tutto naturale e quindi è inutile darsi da fare per cambiare il nostro modello di vita e gli ottimisti quelli che attribuiscono alle attività antropiche le cause di questa accelerazione e credono di poter almeno immaginare di poter fare qualcosa.

Secondo il punto di vista “ottimista”, se è vero che rispetto ai 4,5 miliardi di anni la terra è stata per la maggior parte del tempo più calda, va detto che noi siamo una specie evoluta nel mondo glaciale del pleistocene e che i dati dell’accelerazione in questa piccola frazione di tempo della cosiddetta era industriale, sembrano inequivocabilmente attribuibili agli umani, che, in teoria, potrebbero cambiare rotta.

Ad esempio, la metà delle inondazioni di Venezia da 150 anni sono avvenute dopo il 2000, i tassi di estinzione sono mille volte superiori a quelli che avremmo se non ci fosse l’uomo. Rispetto al testo del vicepresidente Al Gore nel 2006 “una scomoda verità”, abbiamo prodotto un terzo di tutte le emissioni prodotte nella storia dell’umanità, mentre gli ultimi quindici anni tutti i dati del disastro si sono esponenzialmente modificati rispetto ai 15 anni precedenti: una natura davvero bizzarra.

E poi c’è l’altra strategia dello struzzo, quello degli ottimisti che si affidano all’innovazione che saprà trovare le soluzioni tecniche giuste, non rendendosi conto che nessuna soluzione può essere efficace, perché le valutazioni comparative e predittive non possono darci un’indicazioni sul “che fare”, senza che valori e orientamenti etici ci diano una mano nelle scelte.

Ci sono tecnologie e relativi investimenti strutturali che portano benefici ad un territorio e danni un altro: è il caso delle grandi dighe, oppure tecnologie che favoriscono i paesi che le possiedono, di solito i più potenti. E poi ci sono le innovazioni relative all’utilizzo delle energie geotermiche, provenienti dalle terre calde sotterranee, con la costruzione di due tunnel paralleli; e ancora, ci sono tecnologie innovative per procurare la pioggia, o produrre nuvole che riducono l’irraggiamento solare. Poi ci sono le tecnologie di cattura della CO2, preferite dalle compagnie petrolifere e industrie come compensazione nella costruzione di nuovi impianti, ma che funzionano solo in parte, perché così come le coltivazioni per le bioenergie tolgono terreno all’agricoltura e quindi devono trovare forme di mediazione. E poi ci sono soluzioni tecnologiche come quelle di aumentare con composti chimici la produzione di plancton negli oceani e l’assorbimento della co2, oppure quelle che prevedono la copertura di terreni ghiacciati con film per aumentare l’effetto riflettente o quelle, già in fase di implementazione in Australia per la distribuzione planetaria dell’energia solare, accumulata in grandi impianti e trasportata come ammonio liquido. Sono tutte soluzioni e innovazioni tecnologiche che lasciano il dubbio su chi può decidere quando e dove utilizzarle, che funzionano solo se contemporaneamente ci sono politiche di forte contrasto alle disuguaglianze. Per non parlare delle tecnologie che porteranno mitigazioni ai paesi del Sud (protezione dall’irraggiamento), ma non lo saranno per quelli del Nord, solitamente i più avanzati. Oppure delle innovazioni legislative come quelle che obbligano a considerare beni comuni quelli del sottosuolo o giacimenti delle grandi compagne, magari, che si pensa di risarcire, con compensazioni come quelle che furono date ai proprietari di schiavi, per evitare crack finanziari a cascata. E ancora, ci sono progetti di costruzioni di città, protette da dighe mobili che siano luoghi di trasferimento per migrazioni internazionali e interne che costituiscono soluzioni solo se non sono ghetti, così come investimenti nella costruzione di mini-impianti idroelettrici (anche in Usa stanno chiudendo 1600 dighe). Per non parlare della fusione nucleare, dei mini-reattori, delle centrali nucleari piccole galleggianti progettate per l’occupazione antropica dell’artico.

Per concentrare tutti gli sforzi in queste direzioni, occorre, però, quell’unità di intenti occorrerebbe quella fiducia verso la capacità non solo tecnica ma soprattutto etica che sembra in continuo declino. E la mediazione e la compensazione dei popoli vicini non sembra essere una condizione abituale nelle politiche internazionali.

Sono innovazioni che contribuiscono alla salvezza del pianeta solo se si accompagnano ad un cambio di una modalità di vita e di consumo e, ad un ritorno ad un equilibrio tra la sfera politica e di mercato, in cui la prima non promuove una generale immorale decrescita, ma un riequilibrio dei tassi di crescita a favore di quelli che nel mercato sono più deboli. Un riequilibro che o viene imposto da un potere oligarchico centrale o trova una condivisione nel rispetto democratico, attualmente utopistico, dei pareri di tutti. Da questo punto di vista, dei citati 20 scenari fattibili nessuno lo è davvero, tenendo conto dell’attuale livello di sfiducia tra le popolazioni e dalle popolazioni ai governi,

Anche la migrazione, quindi, come scrivevamo all’inizio appare come una naturale e fisiologica soluzione di lungo termine, ma che, come quelle tecnologiche richiede un altrettanto utopistico coordinamento globale.

Ora nel mondo 1 su 7 emigra, mentre i flussi migratori internazionali sono solo il 3,5% e la maggior parte sono interne: dal Bangladesh all’India, dal Messico agli Usa, in Nigeria o, in Uganda, che accoglie rifugiati quanto tutta Europa. Le migrazioni interne riguardano ovviamente i più poveri che spendono tutte le loro risorse per andare in città, finiscono in periferie, negli slum con l’acqua che porta e diffonde malattie.

Ci sono esempi di preparazione alle migrazioni di massa. Si possono riscontrare in Nuova Zelanda, in Canada, in Bangladesh, nel Nord est della Russia. Ci sono istituzioni come il migration major council formato da 10 città, Los Angeles, Bristol, Kampal, ecc. che tendono a governare i flussi futuri, investendo in nuovi servizi anche con la convinzione che, in questo modo, in futuro (nel lungo termine) aumenterà il tasso di partecipazione e pure di “patriottismo”. In Germania non si aprono le frontiere a tutti, in ogni momento e come in Italia, si pongono filtri e limiti, ma per quelli che sono immigrati, siriani: Afghani, Ucraini vale il detto: “wir shaffen das”. E per questi ci si adopra per diminuire il tempo della nazionalità, comunicando alle scuole che sarebbero arrivati nuove persone, creando reti sociali per quegli immigrati, che sono accettati. Il problema è che molti Stati benestanti non assicurano questi servizi neppure alla popolazione locale. Ad esempio, se si trovassero 6 miliardi (importo stimato per far funzionare la legge delega italiana sulla non autosufficienza) la percentuale di aggiunta per gli immigrati sarebbe poco significativa. Ma, invece di spingere per un maggiore intervento sul sociale e ambientale, si fomentano le proteste contro quelli che vorrebbero accedere alle briciole della torta.

Il problema non sono le migrazioni, ma le ragioni e le condizioni per cui avvengono. Occorre uno sforzo cooperativo per rendere la migrazione una ricchezza e l’”aiutiamoli a casa loro, che, comunque, è un contributo e aiuta a prendere tempo, non è l’unica soluzione. I fallimenti nella gestione della migrazione sono un fallimento sociopolitico morale, non una difficoltà a gestire un’emergenza, visto che già si sa che 2,2 miliardi di bambini sono già a rischio e dovremmo decidere se riflettere nello spazio i raggi solari, concentrarsi sull’adattamento alle temperature più letali o, contemporaneamente, facilitare la redistribuzione in terre più vivibili. La soluzione di fondo sarebbe la condivisione di una morale universale e la democrazia. Questa non è una parola magica, ma è la migliore forma di governo possibile se ci sono regole morali condivise e fiducia nelle istituzioni regolatrici.

In conclusione, mettere da parte i pregiudizi politici, anche quelli ambientalisti avversi alla tecnologia, alzare la testa dalla quotidianità e immaginarsi come vorremmo essere fra 20 o 30 anni, ci potrebbe aiutare a diventare più resilienti. Dobbiamo avere il coraggio di vedere un altro modo di essere umani, e di immaginarci cittadini del mondo, abbracciando la nuova etica del viandante, come scrive il filosofo Galimberti.

Ci siamo abituati male e vogliamo rimanere attaccati al sogno del passato del “make America great again”, e da noi ai ricordi delle 500, con cui i nostri padri andavano in vacanza, incontro ad un futuro felice, immaginato come sicuro e senza problemi: siamo eredi di questa illusione cognitiva.

 

 

(12 ottobre 2023)

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