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L’efficacia della democrazia: Atene è più forte di Sparta?

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di Vanni Sgaravatti

Quale è la differenza tra il capitalismo di mercato (occidentale) e quello di concessione (cino-russo)? Nel secondo il “principe” può sempre a suo piacimento ritirare la concessione, nel primo le lobby economico finanziarie tendono a dominare le regole di funzionamento del sistema.

Nel conflitto in corso in Ucraina alcuni tendono a giustificare le posizioni occidentali con l’idea che in uno scontro tra egemonie e tra i relativi sistemi capitalistici sottostanti, sia comunque meglio quella occidentale (e anche io sarei tra questi). Ma per essere credibile il modello occidentale dovrebbe permettere di riconoscerne le differenze con l’altro. Ed è questa differenza che non viene percepita nella quotidianità degli occidentali; solo i sudditi cino-russi che emigrano o visitano l’occidente notano la differenza, che costituisce un punto di debolezza nella promozione delle liberal democrazie.

Qualcuno arriva, infatti, a sostenere che, almeno nelle oligarchie, il potere politico stabilisce cosa va bene o non va bene per lo Stato o per il popolo (equiparandoli in modo improprio). Ma quale è la probabilità che il dittatore o oligarca che farebbe il bene del popolo abbia una visione del bene abbastanza vicino alla nostra? Tutte le volte in cui uno ha deciso per tutti è andata meglio? Temo non ci siano evidenze storiche di questo. Naturalmente rimane la necessità di riformare il sistema occidentale, rimarcandone così la differenza, ma per farlo, ovviamente, dobbiamo mantenere la possibilità di tenere alta la bandiera della democrazia, altrimenti la possibilità di riempire di buoni contenuti quella bandiera non ci sarà più.

I due sistemi, nell’ambito economico finanziario, sembrano indistinguibili: entrambi puntano al massimo profitto. Ma è diverso il loro rapporto con l’ambito politico: quello occidentale tende a manipolare i sistemi politici, svuotando la responsabilità che dovrebbe avere come riferimento i cittadini, mentre quello orientale ha come riferimento di legittimità il volere del “principe”. I sistemi occidentali, nel promuovere la democrazia, si trovano quindi a combattere due battaglie, quella interna che tende a trasformarli in oligarchie economico-finanziarie e quelle esterne che sembrano uguali a quelle occidentali, ma, come dei cavalli di Troia, portano dentro l’istituzionalizzazione di un potere politico oligarchico.

La risposta, quindi, non è quella di non combattere nessuno dei due, perché pari sono, rispetto alle intenzioni di demolire il modello liberale e democratico, ma combattere su due fronti. Questo non solo per ragioni etiche, ma anche perché la democrazia risulta essere più efficace, sia in una dimensione temporale che spaziale.

In una situazione contemporanea sempre più complessa, in teoria, la democrazia è l’unica forma che mette insieme una gerarchia di attori con diverse propensioni, visioni ed esigenze, in grado di contribuire alla realizzabilità di un futuro. E senza una visione, la politica non può che diventare una lotta per l’accaparramento delle risorse esistenti e si rischia di rimanere ancorati al passato o ad un futuro, come semplice proiezione del passato, che non si riesce mai davvero ad anticipare. Ed è forse anche per questo che i regimi oligarchici, conservatori, hanno vita breve, anche se la durata può essere prolungata, in base alla capacità di sorvegliare e difendere quei muri sempre più spessi per riuscire a contenere la diffusione del virus della democrazia. Ma in entrambi i sistemi, democratico liberale e oligarchico, per la maggioranza dei cittadini, la percezione di ingiustizia non cambia se le risorse private sono espropriate dal “principe” o dallo zar che dir si voglia, o se i beni comuni sono accaparrati da privati. In entrambi i casi, si tratta del privilegio di pochi.

L’altra dimensione della governance politica è quella spaziale. Anche in questo caso è un’illusione pensare che il sovranismo possa cancellare la complessità delle relazioni esterne / interne nell’ambito territoriale di pertinenza delle decisioni politiche.

La pandemia, la guerra e il disastro ambientale hanno dato una possibilità, in modo doloroso (e quando mai ci sono stati cambiamenti da salotto?), per riformare quella governance finanziaria globale che sembrava condizionare i destini del mondo. Ma la riforma si può fare con rapporti multilaterali che compongono la governance mondiale, composta dalle decisioni, prese nei luoghi dove, per eredità storica, si forma la legittimità decisionale: gli Stati e non innescando una dose di centralismo decisionale. Pensare però che le incrinature del modello neoliberista finanziario non potessero far risorgere diavoli e demoni in quelle parti del mondo che sono rimaste culturalmente impenetrabili alle revisioni storiche avvenute in occidente, significa non aver capito come si è sviluppato il sistema post Seconda Guerra Mondiale e come si è caduti dall’illusione di una tendenza crescente di uguaglianza e di rispetto dei diritti al suo contrario. Non sono stati i signori delle piattaforme del capitalismo di sorveglianza, tanto per fare un esempio, che si sono svegliati la mattina, pianificando il dominio del mondo, accarezzando il proverbiale gatto bianco sulle ginocchia, rappresentanti di un mondo, quello capitalistico, anteposto ad un altro. Ma sono stati meccanismi del sistema a cui tutti noi contribuiamo, che hanno permesso di mettere insieme gli uni e gli altri, al grido di: oligarchi di tutto il mondo unitevi.

Esistono differenze di campo, ma attengono ai metodi che la liberal democrazia utilizza per sopravvivere ad occidente e per difendersi ad oriente del nostro schermo percettivo.

Da questa parte dello schermo (occidente) la battaglia è culturale, dall’altra parte dello schermo si resiste alla assimilazione coercitiva. Quando riuscissimo a combattere con la cultura e la testimonianza democratica anche nell’altra parte dello schermo (orientale), quello, per intendersi, dove ci si aggira tra gli scheletri delle case e dei teatri, allora avremmo già quasi vinto la battaglia. Ma molte persone, affascinate dai sistemi oligarchici e che considerano deludente la democrazia ritengono che nei primi sistemi, una persona sola possa più efficacemente rendere ordinata, una società, controllata e orientata verso uno scopo, con una maggiore sicurezza dovuta al fatto che quei pochi al comando non hanno vincoli, lacci e lacciuoli, determinati da burocrazia e altri poteri giudicanti. L’immagine ovviamente è quella del capo con lo sguardo fiero ed eticamente irreprensibile che persegue e punisce il trasgressore, delinquente, con la barba incolta, scarsi principi morali, obbediente solo ad interesse personali ed egoistici. Talvolta con il naso adunco. Non esistono dati e informazioni storiche a sostegno della tesi di una oligarchia così ordinata. Esistono evidenze di metodi brutali, questo sì, ma non ci sono evidenze del successo di obiettivi sociali complessivi raggiunti e mantenuti in un periodo di tempo considerato adeguato dagli oligarchi. ll reich millenario è durato 12 anni.

L’esempio della precarietà del potere oligarchico lo ritroviamo nella debolezza dell’aggressione russa in Ucraina, anche in quello delle 8 milioni di baionette del regio esercito fascista. Tutti si concentrarono, in questo caso, su Mussolini, come persona che mentiva sapendo di mentire. In parte, forse, è vero, magari in una fase successiva, ma, in realtà è una prova che il sistema di corruzione in un regime dittatoriale diventa endemico, fisiologico e, soprattutto ineliminabile. In tali regimi, non si contraddice il capo. E, a parte la questione morale, la corruzione rende inefficace la forza necessaria a sostenere la propria visione, compresa quella di conquista del mondo.

È quello che ha imparato, ad esempio, l’esercito ucraino, dopo che quello russo si era rapidamente sbarazzato della sua resistenza quando aveva conquistato la Crimea. Dal 2014, si dice che il paese, allora diviso, si è unito e si è addestrato secondo gli standard occidentali. Naturalmente con una forte motivazione che i loro stupidi avversari hanno indotto ponendoli di fronte ad un bivio, ad una scelta di campo, i Russi o l’occidente), imposta proprio a coloro che conoscono bene il campo russo e non dimenticano certo il genocidio dell’holomodor. Ma, quali sono questi standard occidentali? Pensate forse a armi particolarmente efficaci?

No: i metodi occidentali in cui si sono addestrati riguardano la necessità di attuare un flusso di informazioni, dall’alto verso il basso e viceversa, in cui, quelli che stanno sul campo, in grado di riconoscere cosa succede, oltre le nebbie dei cannoni che oscuravano la vista ai condottieri sulla collina, trasmettono ai coordinatori le informazioni necessarie per modificare in modo rapido e flessibile il piano. Come disse un generale nella Prima guerra mondiale: “Un piano è buono fino alla prima pallottola sparata”. Dopo occorre modificarlo continuamente. Questa metafora militare può essere applicata alla governance delle imprese, come alla governance politica ed ha delle ovvie basi antropologiche. Eppure, ancora ci ostiniamo, ignoranti come capre, a pensare che la condivisione sia solo un elemento morale da sbandierare per scimmiottare il buon politico o il buon manager. E facciamo fatica, invece, a credere che sia la migliore arma possibile, per qualsiasi obiettivo socio-economico di lunga durata.

Atene non solo ha superato Sparta da un punto di vista morale, ma è stata la più forte, a quell’epoca e nella leggenda.

 

(10 luglio 2023)

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